GT7 & Co: Il rombo dei pixel

La prima volta che ho visto GT girare su una console mi trovavo in Giappone. Era il 1998, nel quartiere di Shibuya, dove i palazzi non si spengono mai e il rumore di palline metalliche ruotigliano nei Pachinko delle sale gioco senza fine.
Sony aveva appena lanciato sul mercato la prima Playstation. E Polyphony Digital, il primo Gran Turismo.
La nostra fu una relazione duratura, solida. Con qualche intemperanza ma tutto sommato stabile.
Fino a un giorno di dicembre, del 2010.
Quella è stata la prima volta che GT mi ha davvero folgorato. Mi trovavo in un appartamento, all’interno di un edificio di nuova costruzione, nell’ovest di Londra. Più o meno dove il Tamigi si insinua tra le dita boschive del parco di Richmond, e i pub che fanno finta di essere antichi, rilasciano il profumo di carne alla griglia e anelli di cipolla sulle banchine di Twickenham.
La console era una Playstation 3 nuova fiammante. Stava nel salotto di un paio di amici, tra il loro televisore a schermo piatto e l’alzata di ceramica di Albisola, con le caramelle.
GT era arrivato alla quinta versione di sé stesso.
La nuova definizione di quelle automobili che sfrecciavano sul serio, tra vie di capitali europee, riprodotte con maniacale fedeltà, tanto da farmele riconoscere nel dettaglio, mi aveva riconquistato.
E nonostante le primavere che si contavano da sole sul mio passaporto, sapevo ciò che avrei scritto, sulla letterina per Babbo Natale.
La storia di GT inizia un po’ come tutte le storie.
C’era una volta un omino giapponese che sognava di costruire il simulatore perfetto. Non un gioco, si badi bene, ma il simulatore di guida ideale.
Kazunori Yamauchi, elegante come un ingegnere della NASA e testardo come un meccanico di Bassano del Grappa, nel 1997 riesce a infilare nella piccola PlayStation un’idea più grande di lei. Un videogioco che tratta le automobili non come oggetti da sbattere contro i guardrail, ma come creature vive, da capire, da domare, e magari anche da amare.
Lo chiama Gran Turismo — e il mondo dei videogiochi, da quel giorno, smette di essere lo stesso.
Nel primo capitolo, le auto hanno appena 300 poligoni: in pratica sono più spigoli che curve. Ma già allora c’è tutto: la passione per il dettaglio, l’odore virtuale della benzina, e quella sfacciata promessa scritta in copertina The Real Driving Simulator.
Da lì in poi, ogni volta che esce un nuovo capitolo, o una nuova console, Yamauchi ci infila dentro un po’ più di verità. 500.000 poligoni per auto in GT5, un’ossessione vera e propria per la fisica automobilistica, degna di un laboratorio aerospaziale, e una colonna sonora capace di far sembrare ogni curva un film di Soderbergh.
Gran Turismo non fu un successo. Fu un’epidemia.
Nel ‘97, quando arriva sul mercato, si piazza, come uno degli ippopotami di Fantasia, al primo posto delle vendite per console, con oltre 10 milioni di copie vendute, risultato che oggi chiamare record è un eufemismo.
All’epoca fu uno schiaffo agli arcade rumorosi e spensierati. Gran Turismo era la maturità di un videogioco che aveva accesso alla simulazione più fedele.
GT è stato il primo a dire Qui si fa sul serio.
Oggi la saga ha superato i 100 milioni di copie vendute. Nella pratica è come se ogni automobilista del Giappone ne possedesse una copia. O anche due.
E pensare che questo sogno digitale non doveva neanche esistere.
All’epoca, il dirigente di Sony, Shuhei Yoshida, uomo dal fiuto finissimo, racconta che il gioco rischiava di essere troppo realistico, e che nessuno sarebbe stato in grado di tenere in strada quelle automobili digitali.
Yamauchi, maniacale e poetico insieme, insiste sulla simulazione assoluta, tanto che in una versione prototipo le auto slittano sul serio e finiscono giù dalle scarpate al minimo errore, come su una pista ghiacciata di Sapporo.
Sony interviene, taglia qualche poligono e aggiunge un pizzico di misericordia per i comuni mortali col joystick tra le mani. E meno male. Perché forse - e sottolineo forse - senza quel compromesso, oggi non parleremmo di Gran Turismo, ma di un oscuro titolo giapponese amato solo dagli ingegneri della Toyota.
La visionarietà di GT diventa virale e trasversale, sia geograficamente, che temporalmente.
E se prendessimo i giocatori migliori di Gran Turismo e li mettessimo su una vera Nissan da corsa? dice qualcuno, con una tazza di caffè fumante in mano, un giorno in cui il sole non ne voleva sapere di smarcarsi dalle nuvole basse.
Nasce così la GT Academy. Un vero e proprio reality show, esperimento sociologico e sogno adolescenziale fusi insieme. Vale la pena anche solo ricordare che uno di quei piloti da divano, Jann Mardenborough, non solo vince la competizione, ma diventa un pilota professionista su strada. Da Gran Turismo al podio di Le Mans, senza mai cambiare volante. E se questo non è un miracolo digitale, ditemi voi cosa può esserlo…
Ogni capitolo di Gran Turismo è una capsula del tempo del mondo automobilistico. Nel secondo episodio, le Mazda RX-7 e le Nissan Skyline sono le regine delle notti giapponesi. In GT3 arrivano le supercar europee a portare un po’ di glamour milanese. Con GT4, la PS2 si riempie di 721 auto, prodotte da 80 costruttori differenti, dando vita a una collezione enciclopedica degna di un museo.
In GT7 - ultimo capitolo, almeno per ora - tutto torna all’essenza di 400 modelli. Però ognuno è scolpito come se dovesse finire in esposizione al MOMA di New York.
Le luci, i riflessi, i dettagli maniacali delle carrozzerie, negli specchietti retrovisori, la meteorologia dettagliata e veritiera, che fa venire voglia di bufera di neve anche a Ferragosto, contribuiscono alla creazione di un mito.
Questo è il fascino perverso della simulazione perfetta. La stessa che spinge noi milioni di piloti digitali a lucidare la nostra auto digitale nel garage virtuale, con la stessa cura con cui, nella realtà, ignoriamo il parabrezza impolverato della nostra Panda 4x4.
Kazunori Yamauchi lo sapeva a menadito. Il gioco non doveva essere realistico come la vita, ma più bello della realtà stessa. Per questo GT7 non è solo un racing game ma una galleria di oggetti del desiderio. Un museo del culto automobilistico, dove l’odore di moquette nuova è sostituito dal profumo di pixel lucidati a ray tracing.
E in mezzo alle 400 e più vetture, alcune si sono guadagnate il titolo di icone. Non per forza le più potenti o costose ma quelle che, appena si mettono in moto, fanno dire al popolo dei piloti digitali, Sono a casa.

Lamborghini Murciélago LP640

Ovvero il ruggito che ci ricorda perché abbiamo comprato quel paio di cuffie buone.
La Murciélago in GT7 è una sinfonia in dodici cilindri, un V12 talmente vero che quando chiudiamo gli occhi pare di sentire il profumo del ragù di Sant’Agata Bolognese.
Non bisogna per forza vincere con lei. Basta ascoltarla.
In un mondo di silenziose elettriche, la Murciélago è l’ultima diva del vecchio cinema.
Fuma, urla, consuma troppo e non chiede scusa.

Porsche 911 GT3 (997)

Grazie a questa meraviglia tedesca, la precisione emoziona anche chi odia la precisione.
La 911 GT3 è il contrario della Murciélago: dove l’italiana esagera, la germanica calcola.
Il suo sei cilindri boxer canta come un tenore in apnea, e l’assetto è chirurgico. È l’auto dei giocatori che passano più tempo a limare decimi che a vincere gare. Eppure, quando la si tiene pulita in curva, si prova qualcosa di profondamente poetico. La matematica del controllo che diventa arte.
La 911 è l’auto che non tradisce mai e non perdona nulla. Perfetta per chi ama sentirsi superiore che - tocca ammetterlo - in un simulatore di corse automobilistiche, è esattamente quello che cerchiamo.

Suzuki Escudo Pikes Peak

Questa nipponica è il mostro che ha distrutto l’infanzia di tutti noi.
Se ai tempi di Gran Turismo 2 eri un bambino, sai esattamente di cosa sto parlando.
Questa automobile era letteralmente imbattibile. Assurda, quasi illegale. Ritorna in GT7 come un fantasma dei Natali passati. 1000 cavalli di nostalgia, carenatura da astronave e maneggevolezza da cingolato.
La Escudo è la prova che non tutto deve avere senso per essere leggendario. Nel garage virtuale accanto a Ferrari e Bugatti, è lei la rockstar che arriva in tuta da meccanico e ruba la scena a chiunque.

Toyota GT-One (TS020)

Il sottotitolo di questa automobile potrebbe essere l’ossessione giapponese per la perfezione aerodinamica.
La verità è che ci sono auto che sembrano costruite, e altre che sembrano disegnate dalla velocità stessa.
La GT-One è una di queste.
Un missile a quattro ruote nato per Le Mans, reincarnato in GT7 come arma da pista pura, sottile, spietata e bellissima. Guidarla è come suonare un violino Stradivari. Con la differenza che sbagliare nota, qui significa schiantarsi contro un guardrail a 320 km/h.
Yamauchi la include perché rappresenta l’essenza del suo Gran Turismo. La ricerca ossessiva della perfezione, anche quando nessuno la richiede.

BMW M3 E46

Questa BMW è il sogno quotidiano di essere migliori di ieri. Perlomeno in curva.
Non è di certo la più potente, né la più rara. Ma chiunque l’abbia guidata in GT7 sa che la M3 E46 è come un vecchio amico che incontri per la strada. Non ti delude mai. Equilibrata, sincera, entusiasmante. Compassionevole con gli errori, ma non troppo. E quando finalmente si trova la traiettoria giusta, in un millisecondo leggendario, da sopra il coccige si irradia la sensazione di quello che deve voler dire essere un pilota vero, per davvero.
La M3 è senz’altro uno dei perché noi tutti giochiamo a Gran Turismo. Cercando di migliorare. Partita, dopo partita. Anche solo di due decimi di secondo, alla volta.
E pensare che nei suoi primi test, Yamauchi scopre che le sospensioni virtuali dei suoi bolidi respirano, esattamente come quelle nella vita reale. Nel codice di programmazione non è previsto. Com’è possibile? Si tratta di un bug. Talmente bello da diventare una feature.
La pista di Trial Mountain è tra le più amate dagli estimatori della serie. Progettata ispirandosi alle strade del Monte Fuji innestate, come un’orchidea selvaggia, su un paio di curve prese a prestito dalla costiera a strapiombo sul mare, sopra Antibes.
Molti giocatori hanno imparato a patentarsi prima su Gran Turismo che in autoscuola. Ed è anche per questo motivo che Gran Turismo è diventato in tutti questi anni molto più di un franchise: è un rituale automobilistico digitale. GT è l’unico gioco che ha saputo unire la precisione maniacale di un simulatore a una sensualità meccanica da film noir. È l’idea che il volante può diventare una forma d’arte. E in un mondo dove le auto diventano elettriche e silenziose, Yamauchi continua a celebrare il rombo, la curva, la manualità, la traiettoria perfetta. Ogni aggiornamento, ogni patch, ogni evento online è come un nuovo capitolo di un culto che non si estingue. GT e un’enciclopedia dei desideri meccanici dell’uomo. Un omaggio al gesto di guidare, anche quando il garage è dentro il nostro televisore in salotto e il casco, una cuffia wireless.
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