James Bond non entra mai in scena. Ci esplode letteralmente dentro. 007 non si mette alla guida dei suoi bolidi ma dà l’impressione di indossarli come un capo di alta sartoria, fatto su misura per lui.E quando si catapulta nella storia, non può di certo farlo a bordo di un’auto qualsiasi. A Ian Fleming, autore pluripremiato della serie, serviva qualcosa che dicesse tutto, prima ancora che il suo personaggio aprisse bocca. Qualcosa che testimoniasse l’eleganza, il self-control britannico, lo sprezzo del pericolo, lo spirito di avventura. Insomma, era necessaria un’auto che non avesse bisogno di spiegarsi.Per tutta questa serie di motivi - e quasi per destino più che per strategia - Aston Martin diventa l’estensione meccanica dell’agente segreto più famoso del mondo.
All’inizio non era scritto da nessuna parte. Nei romanzi di Fleming, Bond guidava una Bentley. Quella sì che era un’auto da gentiluomo, più che da spia. Ma la trasposizione cinematografica aveva bisogno di sintetizzare visivamente nel suo bolide, tutte le qualità iscritte nella poliedrica personalità dell’irriverente agente al servizio segreto di sua Maestà.E così nel 1964, con l’uscita di Goldfinger, la produzione si mette alla ricerca di un’auto che sia sì britannica fino al midollo, ma anche sportiva, mai pacchiana, lussuosa all’inverosimile, e che strizzasse l’occhio alle cose fatte come una volta, senza mai sembrare figlia della nuova ricchezza.La risposta è parcheggiata lì, pronta senza saperlo a diventare leggenda, nella Aston Martin DB5.
Quando debutta nel 1963, la DB5 non nasce per fare la storia. Nasce per andare forte con discrezione, per portare il suo pilota lontano, senza sudare. Per farlo sentire superiore, senza mai sembrare arrogante. La DB5 è una gran turismo nel senso più puro del termine, pensata per macinare chilometri, non per fare il pavone davanti al bar. La DB5 è potenza senza dar spettacolo.Sotto il cofano c’è un sei cilindri in linea di 4.0 litri, progettato da Tadek Marek. Non urla, non spara fiamme, non fa il bulletto. Ma spinge. E lo fa con una fluidità quasi offensiva per le concorrenti dell’epoca. Circa 282 cavalli (325 nella rara versione Vantage), sufficienti per superare i 230 km/h. Numeri seri, soprattutto se pensiamo che siamo nei primi anni Sessanta, quando molte sportive ancora arrancano tra carburatori e telai nervosi. Il cambio ZF a cinque marce - raffinato, tedesco, preciso - è un messaggio chiaro. Non è un’auto improvvisata, ma un progetto pensato per chi guida davvero.E poi c’è il corpo. La carrozzeria, firmata Touring Superleggera, è un esercizio di equilibrio perfetto: lunga, tesa, mai aggressiva. Non ha spigoli inutili. Ogni curva sembra disegnata per l’aria. È una bellezza che non chiede attenzione, ma la ottiene lo stesso.Dentro la DB5 c’è un club inglese su quattro ruote.Legno vero, pelle ovunque, strumenti analogici che sembrano orologi da taschino. Non c’è nulla di sportivo nel senso moderno del termine. Eppure, tutto è al posto giusto.E se la DB5 non era l’Aston Martin più sportiva del listino, era senz’altro la più completa. Quella che faceva tutto bene.Oggi Aston Martin produce le DB5 Continuation, repliche ufficiali costruite come negli anni Sessanta, con tanto di gadget funzionanti (ma non omologati per la strada, ovviamente). La DB5 è patrimonio culturale. Ha insegnato al mondo che non serve urlare per essere pericolosi. Non serve ostentare per essere desiderabili. Non serve essere moderni per essere eterni. Basta essere fatti bene. E sparire un attimo prima del necessario.
Sul grande schermo la DB5 viene svelata. Con le sue linee pulite, le cromature mai eccessive e un’eleganza che non chiede attenzione ma la ottiene.Poi arrivano i gadget da agente segreto – sedile eiettabile, mitragliatrici, targa rotante – e il cinema cambia per sempre il modo di guardare alle automobili.Ma il vero colpo di genio non sono i gingilli geniali. È il contrasto. Nonostante tutto quel ben di Dio a bordo, le Aston Martin che si succedono alla corte di James Bond non si trasformano mai in un’astronave ma rimangono costantemente delle gran turismo raffinate.Ed è proprio questo dettaglio che le rende credibili, pericolose solo quando serve, e infine leggendarie.Dal 1964 in avanti, Aston Martin non è più solo una firma. Diviene un’ideale. Un’auto che può essere insieme bella, veloce e mortale senza mai perdere in compostezza ed eleganza.
All’inizio non era scritto da nessuna parte. Nei romanzi di Fleming, Bond guidava una Bentley. Quella sì che era un’auto da gentiluomo, più che da spia. Ma la trasposizione cinematografica aveva bisogno di sintetizzare visivamente nel suo bolide, tutte le qualità iscritte nella poliedrica personalità dell’irriverente agente al servizio segreto di sua Maestà.E così nel 1964, con l’uscita di Goldfinger, la produzione si mette alla ricerca di un’auto che sia sì britannica fino al midollo, ma anche sportiva, mai pacchiana, lussuosa all’inverosimile, e che strizzasse l’occhio alle cose fatte come una volta, senza mai sembrare figlia della nuova ricchezza.La risposta è parcheggiata lì, pronta senza saperlo a diventare leggenda, nella Aston Martin DB5.
Quando debutta nel 1963, la DB5 non nasce per fare la storia. Nasce per andare forte con discrezione, per portare il suo pilota lontano, senza sudare. Per farlo sentire superiore, senza mai sembrare arrogante. La DB5 è una gran turismo nel senso più puro del termine, pensata per macinare chilometri, non per fare il pavone davanti al bar. La DB5 è potenza senza dar spettacolo.Sotto il cofano c’è un sei cilindri in linea di 4.0 litri, progettato da Tadek Marek. Non urla, non spara fiamme, non fa il bulletto. Ma spinge. E lo fa con una fluidità quasi offensiva per le concorrenti dell’epoca. Circa 282 cavalli (325 nella rara versione Vantage), sufficienti per superare i 230 km/h. Numeri seri, soprattutto se pensiamo che siamo nei primi anni Sessanta, quando molte sportive ancora arrancano tra carburatori e telai nervosi. Il cambio ZF a cinque marce - raffinato, tedesco, preciso - è un messaggio chiaro. Non è un’auto improvvisata, ma un progetto pensato per chi guida davvero.E poi c’è il corpo. La carrozzeria, firmata Touring Superleggera, è un esercizio di equilibrio perfetto: lunga, tesa, mai aggressiva. Non ha spigoli inutili. Ogni curva sembra disegnata per l’aria. È una bellezza che non chiede attenzione, ma la ottiene lo stesso.Dentro la DB5 c’è un club inglese su quattro ruote.Legno vero, pelle ovunque, strumenti analogici che sembrano orologi da taschino. Non c’è nulla di sportivo nel senso moderno del termine. Eppure, tutto è al posto giusto.E se la DB5 non era l’Aston Martin più sportiva del listino, era senz’altro la più completa. Quella che faceva tutto bene.Oggi Aston Martin produce le DB5 Continuation, repliche ufficiali costruite come negli anni Sessanta, con tanto di gadget funzionanti (ma non omologati per la strada, ovviamente). La DB5 è patrimonio culturale. Ha insegnato al mondo che non serve urlare per essere pericolosi. Non serve ostentare per essere desiderabili. Non serve essere moderni per essere eterni. Basta essere fatti bene. E sparire un attimo prima del necessario.
Sul grande schermo la DB5 viene svelata. Con le sue linee pulite, le cromature mai eccessive e un’eleganza che non chiede attenzione ma la ottiene.Poi arrivano i gadget da agente segreto – sedile eiettabile, mitragliatrici, targa rotante – e il cinema cambia per sempre il modo di guardare alle automobili.Ma il vero colpo di genio non sono i gingilli geniali. È il contrasto. Nonostante tutto quel ben di Dio a bordo, le Aston Martin che si succedono alla corte di James Bond non si trasformano mai in un’astronave ma rimangono costantemente delle gran turismo raffinate.Ed è proprio questo dettaglio che le rende credibili, pericolose solo quando serve, e infine leggendarie.Dal 1964 in avanti, Aston Martin non è più solo una firma. Diviene un’ideale. Un’auto che può essere insieme bella, veloce e mortale senza mai perdere in compostezza ed eleganza.
Il marchio Aston Martin ha origine nel 1913, quando il meccanico Robert Bamford e il pilota Lionel Martin fondano a Londra la Bamford & Martin Ltd.Inizialmente si tratta di una concessionaria con officina per auto Singer. L’anno successivo, Lionel Martin partecipa a una cronoscalata all’Aston Hill - nei pressi di Aston Clinton - e la vittoria gli ispira il nome Aston Martin per un nuovo prototipo.Il primo veicolo a portare il nome Aston Martin ha un telaio Isotta Fraschini del 1908, equipaggiato con un motore Coventry-Simplex. Tuttavia, la produzione vera e propria viene quasi annullata per intero a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale.Martin e Bamford vengono richiamati alle armi, e la Bamford & Martin sospende le attività produttive.È dopo la guerra, che la casa riprende vita, anche se il percorso è tutt’altro che una passeggiata. Aston Martin produce poche decine di vetture fino agli anni '20. La società attraversa problemi economici nel mezzo di un’economia falcidiata e in faticosa ripresa, oltre al succedersi di qualche cambio di proprietà.Dobbiamo arrivare al 1926 quando la compagnia finisce in mano a un gruppo di nuovi investitori, e da quel momento assume definitivamente la denominazione Aston Martin Ltd.
Questo periodo ci dimostra come la nascita di un’icona leggendaria del lusso non sia affatto scontata. E di come è necessaria una visione lungimirante, una buona dose di fortuna e una serie di montagne russe economiche prima che Aston Martin possa consolidarsi.
Ma ce la fa! E nel 1947, l’imprenditore David Brown acquista Aston Martin e - poco dopo - anche l’azienda concorrente Lagonda, acquisendo così motori e know-how che gli permettono di mettere mano alla produzione e rilanciare il marchio.Con Brown nasce la leggendaria serie DB, il cui nome deriva proprio dalle sue iniziali. Il primo modello di questa nuova fase è il Two Litre Sports (poi ribattezzato DB1), seguito nel 1949 dal DB2.I modelli successivi - DB2/4, DB Mark III, e in seguito il DB4 - riescono a miscelare nella stessa automobile eleganza mozzafiato, prestazioni ruggenti e cura artigianale maniacale.È proprio in questi anni che si stabilisce l’estetica e il binomio lusso - sportività che ancora oggi contraddistinguono Aston Martin.L’epoca d’oro del marchio si concretizza anche sui tracciati internazionali delle corse. Le versioni sportive e da competizione non fanno altro che affermare ancora di più la reputazione di Aston Martin come marchio capace non solo di bellezza, ma anche di performance vere e proprie.Ma come scrivevo, il modello che ha catapultato Aston Martin nell’immaginario collettivo globale è proprio il DB5. La sua produzione inizia nel 1963 e l’anno successivo diventa celebre grazie al grande schermo.Da quel momento in avanti, l’associazione Aston Martin e Bond style si imprime nell’immaginario di tutto il mondo.
Questo periodo ci dimostra come la nascita di un’icona leggendaria del lusso non sia affatto scontata. E di come è necessaria una visione lungimirante, una buona dose di fortuna e una serie di montagne russe economiche prima che Aston Martin possa consolidarsi.
Ma ce la fa! E nel 1947, l’imprenditore David Brown acquista Aston Martin e - poco dopo - anche l’azienda concorrente Lagonda, acquisendo così motori e know-how che gli permettono di mettere mano alla produzione e rilanciare il marchio.Con Brown nasce la leggendaria serie DB, il cui nome deriva proprio dalle sue iniziali. Il primo modello di questa nuova fase è il Two Litre Sports (poi ribattezzato DB1), seguito nel 1949 dal DB2.I modelli successivi - DB2/4, DB Mark III, e in seguito il DB4 - riescono a miscelare nella stessa automobile eleganza mozzafiato, prestazioni ruggenti e cura artigianale maniacale.È proprio in questi anni che si stabilisce l’estetica e il binomio lusso - sportività che ancora oggi contraddistinguono Aston Martin.L’epoca d’oro del marchio si concretizza anche sui tracciati internazionali delle corse. Le versioni sportive e da competizione non fanno altro che affermare ancora di più la reputazione di Aston Martin come marchio capace non solo di bellezza, ma anche di performance vere e proprie.Ma come scrivevo, il modello che ha catapultato Aston Martin nell’immaginario collettivo globale è proprio il DB5. La sua produzione inizia nel 1963 e l’anno successivo diventa celebre grazie al grande schermo.Da quel momento in avanti, l’associazione Aston Martin e Bond style si imprime nell’immaginario di tutto il mondo.
Nel corso dei decenni, il marchio sopravvive a crisi e proprietà incerte, puntando su materiali di alta qualità, design senza tempo e attenzione artigianale nei minimi dettagli. La filosofia costruttiva Aston Martin ne fa un’icona senza tempo del lusso automobilistico.E il cinema continua a celebrarne i fasti.Negli anni Ottanta, quando Bond si fa più cupo e meno ironico, anche l’auto cambia voce. Con Timothy Dalton arriva la V8 Vantage che ha più muscoli, meno charme ostentato e una bellezza tesa, quasi nervosa. È un’Aston Martin che non flirta, semmai osserva. Esattamente come il suo Bond. Meno sorriso e più ombra.
Poi, all’improvviso, il mito viene messo alla prova.Con Daniel Craig, Casino Royale riporta Bond con i piedi per terra. Sangue, fatica, errori, umanità. E l’Aston Martin lo accompagna fedele. Il suo modello è la DBS. Una macchina che - proprio come lui - non è più intoccabile. Si ribalta, si distrugge, si spezza. L’auto non è più simbolo: è corpo. Soffre insieme a 007. È il momento in cui Aston Martin dimostra di non essere solo nostalgia elegante, ma materia viva, capace di stare nel presente.
E proprio quando tutto sembra nuovo, è il momento in cui si ritorna nel passato.La DB5 riappare in Skyfall e poi in No Time to Die. Non si tratta di un esercizio di stile, ma è pura memoria. È l’auto dell’identità. Delle radici. Di ciò che Bond è stato prima di diventare ciò che è. Un’icona globale. Proprio come l’auto di cui stringe il volante tra le mani. Non la guida per ostentazione, ma per riconoscere sé stesso.
Ma c’è da chiedersi, perché proprio Aston Martin funziona così bene con James Bond come nessun’altra automobile.Il motivo sta nel carattere del suo motore e delle sue linee. Aston Martin non urla. Non cerca l’approvazione del mondo. Non ostenta la sua potenza. È un’icona del lusso che non chiede permesso. È pura tecnologia nascosta sotto una pelle elegante. È britannicità senza caricatura. Esattamente come Bond. James Bond.
Se ci si riflette attentamente, 007 e Fleming non hanno reso Aston Martin famosa. Semmai Aston Martin ha reso Bond un personaggio credibile.E per questo motivo, ancora oggi, quando una DB compare sullo schermo, non pensiamo a un’auto sponsorizzata. Pensiamo a una promessa di avventura. Siamo catturati dallo stile che va a braccetto col pericolo. Dalla bellezza come arma. E non dobbiamo faticare per convincerci che certe leggende non hanno bisogno di essere reinventate. Basta rimetterle in moto.
Nel 2003 Aston Martin inaugura il suo moderno centro produttivo a Gaydon, in Warwickshire, pensato per costruire vetture con standard contemporanei senza perdere l’anima artigianale.Oggi Aston Martin non significa più solo coupé sportive. La gamma si è ampliata, includendo SUV, hypercar e auto ibride di lusso, simboli di adattamento a un mercato globale che richiede varietà, comfort e prestazioni insieme.
Se ci si riflette attentamente, 007 e Fleming non hanno reso Aston Martin famosa. Semmai Aston Martin ha reso Bond un personaggio credibile.E per questo motivo, ancora oggi, quando una DB compare sullo schermo, non pensiamo a un’auto sponsorizzata. Pensiamo a una promessa di avventura. Siamo catturati dallo stile che va a braccetto col pericolo. Dalla bellezza come arma. E non dobbiamo faticare per convincerci che certe leggende non hanno bisogno di essere reinventate. Basta rimetterle in moto.
Nel 2003 Aston Martin inaugura il suo moderno centro produttivo a Gaydon, in Warwickshire, pensato per costruire vetture con standard contemporanei senza perdere l’anima artigianale.Oggi Aston Martin non significa più solo coupé sportive. La gamma si è ampliata, includendo SUV, hypercar e auto ibride di lusso, simboli di adattamento a un mercato globale che richiede varietà, comfort e prestazioni insieme.
Il marchio continua a essere sinonimo di lusso, artigianalità, prestazioni e status. Tutti valori che ne fanno, a oltre un secolo dalla nascita, un simbolo riconosciuto di eleganza e performance automobilistica.Da una piccola officina londinese dedicata a riparazioni e rivendita, Aston Martin è diventata un’icona globale. Un promemoria che la grandezza può nascere da un garage con un sogno. Una dimostrazione dell’equilibrio tra arte e ingegneria. Aston Martin non ha mai sacrificato il design per la prestazione - o viceversa - ma ha sempre cercato di unire entrambi, impostando il suo personale standard nell’universo delle auto di lusso.Con la grande capacità di reinventarsi, nonostante le guerre, le crisi economiche, i cambi di proprietà e i mutamenti del mercato, Aston Martin ha saputo rinnovarsi, aggiornando la sua produzione, ampliando la gamma dell’offerta automotive e rimanendo rilevante nel panorama automobilistico globale.E grazie al cinema, alla cultura pop, alla passione transgenerazionale per auto sportive e di lusso, il marchio è rimasto il sinonimo di bellezza, desiderabilità e prestigio. Semplicemente Martin. Aston Martin.
























